image_pdfimage_print

 

Morire di lavoro o morire per il lavoro

Non sono passati molti anni dalla tragedia della Thysenkrupp, in cui i lavoratori dell'acciaio, nello stabilimento di Torino hanno perso la vita, bruciati da un incendio esploso per mancanza di manutenzione, o meglio per la scelta consapevole di un'azienda di rischiare la vita dei propri dipendenti, in quanto lo stabilimento doveva essere chiuso.

Non sono molti anni da quando è esploso il caso del comune di Casale Monferrato nel Piemonte, e di altri comuni vicini, sottoposto per anni agli scarichi e agli effluvi dell'amianto, di cui si conosceva la nocività da moltissimi anni.

I dirigenti e i proprietari di queste aziende vengono anche condannati, ma chi pagherà il dolore e le sofferenze delle famiglie che hanno perso i propri cari, e quale indennizzo potrà far dimenticare le tante vite spezzate.

In Italia adesso esplode il caso dell'ILVA di Taranto, anche questa fabbrica si acciaio, in cui un'intera città oltre alla polvere che inonda giornalmente le case e le vite dei quartieri, vicine alla fabbrica, è soggetta al rischio della diossina, che comporta aumenti di tumori.

Città che sono cresciute e vissute sul lavoro nocivo e questa è la loro condanna.

Il lavoro ti fa vivere, il lavoro uccide te e i tuoi famigliari.

Le tragedie di Casale, malgrado la fabbrica Eternit, è chiusa da anni, continuano con lo stillicidio di morti, ritardata dagli effetti a lungo termine della polvere di amianto.

Si sa che in tutto il mondo le aziende trasferiscono i loro stabilimenti per sfruttare due condizioni, il costo del lavoro più basso e i diritti sindacali negati o assenti.

Per anni ci hanno raccontato che questo nostro mondo occidentale è il migliore possibile, ma quando si trova contrastato e non può sfruttare i lavoratori a suo piacimento, li abbandona al proprio destino, senza lavoro e spesso senza scelto: o accetti questa minestra, oppure trasferiamo le lavorazioni.

Per anni si è assistito alle delocalizzazioni delle industrie per abbattere le conquiste dei lavoratori, ottenute con secoli di lotte e di sacrifici.

In un trentennio di capitalismo trionfante e di liberismo sfrenato, tutto quello che sembrava inarrestabile, una migliore condizione di vita e di lavoro per i lavoratori è svanito.

Sindacati non hanno capito che le conquiste si possono perdere e che quelli sconfitti, in alcuni momenti, si riorganizzano e si riprendono quello che hanno dovuto concedere.

Partiti che sulle conquiste dei lavoratori hanno fatto le loro fortune, non hanno esitato a salire sul carro delle nuove idee vincenti del liberismo.

Ai lavoratori non è rimasto che organizzarsi da soli ed è bastato che un piccolo gruppo di lavoratori e di famiglie decidessero che era ora di essere protagonisti che tutto si rimettesse in discussione.

L'APECAR è diventato il simbolo della rivolta dei cittadini e di una parte dei lavoratori di Taranto e finalmente si ridiscute di salute, lavoro e ambiente.

Quaranta anni fa, nel momento più alto delle contestazioni operaie e studentesche, si iniziò a mettere in discussione, oltre le condizioni lavorative, la nocività di fabbrica e in Italia si svilupparono, a partire dal gruppo omogeneo di lavoratori, iniziative atte a mettere insieme il sapere operaio e le conoscenze dei tecnici, che si erano schierati a loro fianco, di tutto questo rimane ancora Medicina Democratica, che è stato il cuore di quell'esperienza.

E' ora di ripartire, anche se ormai, il lavoratore e il tecnico spesso sono la stessa persona, ma di sicuro le conoscenze hanno una platea più vasta e anche più cosciente.

Share