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ll processo che porterà alla chiusura dei corsi serali di Scuola media superiore il 31 Agosto del 2015, ha preso il là dalla Legge296 (Finanziaria del 2007) e precisamente dal comma 632 dell’art.1.

Non è secondario ricordarlo poiché, ancora una volta, si deve amaramente constatare che ogni intervento di riforma della scuola pubblica in Italia risponde ad una logica asfittica di tagli alle risorse, che colpiscono sia il personale sia la quantità e la qualità dell’offerta formativa.

Una prova evidente di questo assunto ci è stata fornita dal metodo con cui l’USP ha proceduto nel determinare l’organico di diritto dei corsi serali operanti in Torino e provincia: si è puntato alla drastica riduzione delle cattedre di diritto, soprattutto quelle delle materie dell’area comune, attraverso un’interpretazione penalizzante della normativa volta alla cancellazione delle classi iniziali del Biennio e dei Trienni delle diverse specializzazioni, si è inoltre ricorso alla formazione di classi articolate per le materie dell’area comune, impedendo di fatto all’utenza di iscriversi alla ripresa dell’A.S. , come avviene abitualmente nei corsi serali, che si rivolgono alla popolazione adulta e ai lavoratori che non sono legati ai ritmi scolastici nel decidere il rientro in formazione. Imporre ai corsi serali la stessa procedura che si applica ai corsi diurni è una rigidità che mira all’azzeramento delle classi, in prospettiva del passaggio ai fantomatici CPIA. E’ chiaro che se si fa tabula rasa delle classi e dell’organico, si costringe al trasferimento al corso diurno anche tutti quei docenti che hanno maturato negli anni una specifica professionalità nel campo dell’istruzione degli adulti, alla faccia della valorizzazione delle esperienze maturate nel settore.

Che gli insegnanti e gli studenti siano trattati come scartoffie dai funzionari dell’Amministrazione e dagli “strateghi” delle feroci “razionalizzazioni” che ormai da anni investono la scuola pubblica italiana è ormai un’ amara certezza. Così come è assodato che l’ Amministrazione ritiene che il profilo professionale del docente sia sostanzialmente indifferenziato e che ognuno di noi possa essere riciclato a piacere su diversi incarichi.

Le prove selettive dell’ultimo concorsaccio ne sono la prova: test uguali per tutti, nessuna distinzione per il tipo di materia o il grado di scuola, una selezione che premiava le capacità di adattamento ai quiz, piuttosto che requisiti indispensabili per svolgere la delicata professione dell’insegnante.

La dequalificazione del profilo professionale dei docenti è funzionale al progetto di istruzione per gli adulti che il Decreto Fioroni delinea con l’istituzione dei CPIA.

Corsi pensati per gli adulti, ma che escludono quei soggetti che sono già in possesso di un titolo di studio di scuola media superiore e che paradossalmente consentono l’iscrizione anche ai ragazzi di 15 anni, corsi che prevedono tre anni di corso svolti con un monte ore ridotto del 70% rispetto al diurno. Nella fase attuale non è ancora chiaro, pur essendo operante una commissione di lavoro al MIUR…, quali saranno le materie sacrificate, ma considerando come è stata gestita l’ operazione formazione delle classi, con un disinvolto ricorso alle classi articolate per le materie dell’area comune, appare scontato che si voglia andare verso una scuola finalizzata all’addestramento al lavoro (quale ?) . Infatti nel regolamento che istituisce i CPIA si esclude ogni tipologia di Liceo oltre l’Artistico, limitando l’offerta agli istituti tecnici e professionali.

Una scelta che va nella direzione di limitare il ruolo dei Centri all’erogazione di un’offerta di istruzione (anche il termine educazione è stato cancellato) finalizzata esclusivamente al conseguimento, in tempi il più possibile accelerati, di un titolo di studio, che si presume più “spendibile” sul mercato del lavoro. Pare di capire che proprio perché ogni figura professionale deve essere intercambiabile sul mercato del lavoro, il costo e il tempo della sua produzione devono essere ridotti all’osso, così come il suo contenuto di sapere.

Un sapere che deve limitarsi al ”saper fare” o più propriamente all’obbedienza e alla disponibilità, perché, qualora eccedesse ciò che è necessario a svolgere la mansione assegnata, alimenterebbe quell’elemento di eccessiva autonomia che possiamo definire “ saper agire” e che un tempo si era soliti definire spirito critico.

In conclusione non è superfluo ribadire come anche questa ”razionalizzazione” di un segmento marginale, ma più volte definito strategico, del sistema scolastico e formativo, sia ispirata esclusivamente ad un’arida logica contabile, che non è nemmeno più mascherata da riferimenti alla Strategia di Lisbona o inserita in un piano di riforma complessiva del sistema di educazione per tutto l’arco della vita.

Lo smantellamento in atto dei corsi serali è un ulteriore tassello dell’attacco che da anni ormai i governi di ogni colore e sfumatura portano alla scuola pubblica , ai docenti, agli studenti e ai lavoratori che in essa trascorrono anni preziosi della propria vita, si esercita su un segmento già fortemente penalizzato applicando una normativa concepita con il preciso obiettivo di azzerare una realtà che ha garantito alla popolazione adulta non solo la possibilità di conseguire un diploma di scuola media superiore, valido a tutti gli effetti, come quello conseguito nella scuola del mattino, ma anche un’occasione per “rimettersi in gioco” e sottrarsi al progressivo processo di impoverimento delle proprie risorse culturali. In questo senso la scuola serale non può essere ridotta ad un diplomificio, ma rivitalizzata come presidio culturale permanente sul territorio .

Carlo Morgando

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