L’utopia della normalità

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Mimmo il “curdo” contro i Lanzichenecchi!

In questo periodo, giocando sull’aspettative e sulla disperazione delle persone, molti politici sono riusciti a costruirsi un’immagine di uomini forti, decisi, incrollabili.

Il numero è sempre in crescita, anche se le loro fortune spesso sono veloci e temporanee, diciamo meteore che non lasciano tracce del loro passaggio, se non le rovine, che gli altri pagano.

Se ne trovano in tutti gli stati del mondo, sono comparsi poco alla volta anche in Europa, o meglio nell’occidente industrializzato personaggi su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo, in Olanda, Austria, Ungheria.

Per molti aspetti l’Italia può essere capofila, se si pensa a Umberto Bossi che, già negli anni 80, ne diceva di cotte e di crude sul sud e su Roma ladrona, riuscendo a garantirsi una rendita di posizione, trasferita a figure minori del suo partito e ne paghiamo ancora le conseguenze.

Non mi soffermo su Beppe Grillo, che è riuscito a raccogliere la sfiducia e il disincanto che molti avevano riposto nei partiti che si richiamavano alla tradizione della sinistra, paurosamente naufragata alle ultime elezioni, malgrado anche qui qualcuno aveva provato a costruire una narrazione alternativa al grillismo, utilizzando le stesse armi, con poche parole altisonanti, il nuovo contro il vecchio, giovani contro anziani, da rottamare, come fossero vecchie ciabatte non più utili.

Per molti anni, dopo il dopoguerra, noi siamo stati colonizzati dall’immaginario, made in USA, dall’inizio della nascita della TV italiana, con i film per ragazzi, passando per il periodo d’oro del sogno berlusconiano del self-made man, con il corpo delle donne messe in “vetrina” allo sguardo dei maschietti, contenti di non avere da vivere, ma almeno soddisfatti di vedere che se uno è diventato ricco, anche loro potrebbero diventarlo.

Allora lo stesso Berlusconi, dalla sua stratosferica ricchezza, accusava la sinistra di invidia sociale, quale che fosse una vergogna lottare contro le ingiustizie sociali, contro le differenze tra i diversi strati della popolazione, che continuano ancora ad aumentare, di anno in anno.

Nel frattempo il nuovo media, la rete, ancora più pervasivo, sempre di più controllato da società USA (Google, Facebook), trasferiva nel web la convinzione che ormai tutti possiamo decidere con un click, che tutti siamo uguali di fronte al PC, basta partecipare con un like, condividere un messaggio, un video.

La rete è diventato lo strumento per sfogatoio di chi dietro un PC si sente protetto, senza rischi, dove sfogare le proprie idee, e su questo niente da dire, ma più spesso frustrazioni di tutti i tipi.

Non sono solo chi realmente è in difficoltà economica, senza lavoro, senza prospettive, ma anche delle cosiddette persone per bene, quelle che una volta si definivano la maggioranza silenziosa, adesso è veramente la maggioranza urlante, arrabbiata, ha trovato finalmente un leader che la rappresenta, spesso stimolata dallo stesso sulla rete a mettere in berlina chi è diverso o tende ad opporsi a questo pensiero dominante.

Il peggior lascito di una crisi di valori, di relazioni collettive saltate, di mancanza di alternative credibili, di risposte non semplici da dare anche a chi ha giusti diritti da rivendicare.

Il capitalismo e la globalizzazione hanno reso labili non solo i confini e i cicli di produzione, ma anche le relazioni umane, che non sono merce da acquistare o vendere, come ormai tutto è ridotto in questo periodo.

I rapporti tra le persone si costruiscono spesso con difficoltà, smussando le asperità e ascoltando anche il pensiero altrui, il loro vissuto, le loro storie, tradizioni e cercando di farsi ascoltare per condividere anche quello che noi possiamo dare a loro.

Come si dice, non si lavora per vivere oppure ormai si vive per comprare merce in modo pantagruelico, da buttare qualche anno dopo, per un nuovo scintillante gioiello della tecnologia.

Dietro il mito di tutti abbiamo lo stesso potere dietro un clic, si nasconde la povertà culturale di chi non ragiona, non si ferma a riflettere, ma è solo pronto a sbraitare in modo violento contro il diverso, che sia migrante, sessualmente libero, di religione diversa, che non la pensa come te.

Trovare il vero “nemico” è troppo difficile, chiede un ragionamento complesso per chi preferisce i Like, meglio isolarsi che ragionare insieme e capire contro chi devi realmente combattere.

Eppure in questo mondo dominato alla paure e dall’odio qualcuno riesce a distinguersi, a diventare una icona di chi sa chi sono gli avversari da combattere e contro cui combattere e lottare per i propri diritti: lavoro, salute, istruzione, sanità e per un mondo aperto per tutti coloro che su questa terra ci vivono.

Riesce a parlare diversamente, a lanciare un messaggio diverso, a parlare degli ultimi, dei disederati, di chi fugge dalla guerra e dalla miseria, di chi vuole un futuro migliore per se e i propri figli, i migranti, come tanti meridionali che nei secoli scorsi hanno abbandonato i loro luoghi per gli stessi motivi, ricrea un immaginario collettivo che si era perso negli ultimi anni.

Con la sua semplicità, con il suo rifiuto di essere una star, con il suo modo di vivere e condividere la sua vita con gli ultimi, sta riunendo quelli che in questa fase sembravano ormai utopisti senza speranza, vecchi rimasugli di sogni svaniti, di ideologie senza futuro, anche queste da seppellire nell’incessante avanzare del nuovo verbo dominante, tutti consumatori di merce e noi stessi merce da poter vendere sul mercato della pubblicità.

Ci sono tante esperienze di accoglienza, nella Locride, che coprono la zona da Riace a Benestare, e tutte funzionano, ma occorreva distruggere il modello assurto agli onori, quello che poi si è esteso in questa fascia.

Più di uno è convinto che fino a quando Mimì, come lo chiamano i compagni/amici più stretti, non è stato indicato, dalla rivista Fortune, come un dei leader più influenti del mondo, poteva essere trascurato, ma quando questo riconoscimento è arrivato non si poteva far finta di niente.

Il modello Riace non doveva continuare, perché dimostrava che un mondo diverso, nel quale le relazioni tra le persone sono fondamentali contro le guerre, contro le discriminazioni razziali, per una convivenza tra persone di colore diverso, di religioni diverse, è possibile.

Un piccolo borgo, della quasi dimenticata zona ionica, è ormai agli onori mondiali, e il suo sindaco, cittadino onorario di tante città del mondo, acclamato da folle, ha messo in discussione quello che sembrava essere un verbo indiscutibile: “noi” a difendere i nostri fortilizi dagli altri “invasori”. 

La Calabria è stato sempre un’epicentro di accoglienza per tanti popoli che qui si sono stanziati per il suo clima e per la sua gente, ed è stata un posto di alta cultura con i suoi filosofi, aperta a tutti e pronta a mescolare le genti, Riace e la Locride continuano in questa opera, contro chi vuole dividere e creare muri, qui si accoglie e si offre una casa, anche per ricostruire borghi abbandonati, a rischio di estinzione, un luogo per vecchi e senza speranza per i giovani.

Da una parte abbiamo i Lanzichenecchi che arrivano per conquistare, creando miti inventati (Celti) e nemici inesistenti (migranti e le loro religioni), qui abbiamo un luogo di umanità, aperto e solidale per chi voglia condividere “un mondo senza confini, uomini liberi senza catene” (Mimmo Cavallaro: Europa che danza).

Mimmo, Riace ti aspetta, e ci aspetta tutti, per riprendere il filo che tu hai iniziato a tessere: le persone non hanno scadenza.

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